Alexander Mitscherlich e Gerhard Kienle , dopo il 1945, lavorarono a che la medicina potesse giungere ad un nuovo, autonomo fondamento, separandosi da antiche dipendenze; non si intendeva in prima linea il fascismo, bensì la strumentalizzazione generale della medicina da interessi politici ed economici.  Entrambi, Mitscherlich e Kienle sottolinearono, seppure in modo diverso, che la medicina doveva trovare una sua formazione concettuale medico-terapeutica, una qualità e delle finalità autonome e realmente diventare libera, libera anche da immagini dell’uomo discutibili e infine fatali che vengono trasferite nella medicina e non vengono sviluppate da essa stessa.₁₃

La retrospettiva critica nei confronti dei decenni precedenti mostra tuttavia che le iniziative di Kienle e Mitscherlich per una liberazione ed una maturazione della medicina quale arte terapeutica, in ultima analisi non ha avuto un incisivo successo, per lo meno non in grande. Gli ospedali  e il sistema sanitario, a partire dagli anni ’90, sono stati  ancor più sottomessi ad un diktat economico ricco di conseguenze, che ha portato con sé una standardizzazione e depersonalizzazione dei decorsi clinici. La pressione di ottimizzazione e innovazione industriale-tecnologica, mossa da grandi interessi economici, agisce ininterrottamente e massicciamente sulla medicina, altrettanto delle finalità dello stato, delle richieste di controllo e pianificazione, come pure dei sistemi amministrativi con le loro proprie logiche.  La stessa immagine meccanicistica dell’uomo del 19.secolo, con gli ospedali quali effettive aziende di riparazione,  è sempre molto forte, nonostante tutti gli sforzi di un ampliamento scientifico-spirituale, di un approfondimento e rinnovamento della medicina, nonostante la psicologia, psicoterapia, psicosomatica ed il  lavoro biografico del 20. secolo. Altri interessi e potenze che hanno molto a che fare col denaro si oppongono ad una discussione di fondo medico-antropologica; l’”imperativo tecnico” (Hans Jonas) agisce ancora e le sue promesse vengono diffuse in tutto il  mondo con l’aiuto dei media.

Dialettica di protezione e rifiuto della salute

Ci si può chiedere, che cosa ha a che fare tutto questo con l’attuale crisi del Coronavirus e del suo controllo, “il più grande schock dopo la seconda guerra mondiale” (Vogel₁₄): nulla evidentemente.  D’altra parte, attraverso la riflessione storica, penso, diventa evidente che “la medicina”, contrariamente all’opinione comune, non è un fattore libero e indipendente nella società, nemmeno ora nell’attuale pandemia. I medici si occupano dei pazienti fuori e dentro i reparti di terapia intensiva e questo con grande impegno e in molti luoghi con intervento esistenziale. Essi non sono il problema, al contrario.  Le direttive mediche, patogeneticamente fondate della virologia, ossia le ordinanze dei singoli virologi, e le prescrizioni politico-amministrative non provengono dalla medicina nel senso più stretto e in nessun modo vengono considerate sensate e necessarie da tutti i medici.  Non pochi medici ammoniscono nei confronti delle conseguenze del completo “Shutdown”, del “congelamento” della società e dell’isolamento degli uomini e delle conseguenze imperscrutabili in ambito economico, sociale-psicologico, nella società civile, per la cultura e la salute. Le misure adottate sono di natura normativa e riguardano tutti gli individui;

₁₂cit. in Peter Selg: Gerhard Kienle. Leben und Werk. Bd.1. Dornach 2003

₁₃cfr. Peter Selg: Nach Auschwitz. Auseinandersetzungen um die Zukunft der Medizin. Arleshei

₁₄Steffen Vogel: “Der Corona-Crash: die zweite Eurokrise?” In: Blätter für deutsche und internationale Politik

 benchè  emanate per la “protezione” della popolazione, esse possono significativamente indebolire  e danneggiare i singoli (cioè molti singoli), e questo non solo animico-spiritualmente, ma anche fisicamente; di ciò tuttavia non si parla, nemmeno  a partire dalle conoscenze della psiconeuroimmunologia o sulla base di un grande metastudio del 2010 che ha mostrato che il rischio di mortalità, dovuto a mancanza di contatti sociali, cresce maggiormente rispetto al fumo o al sovrappeso.₁₅

Ivan Illich aveva messo in guardia nei confronti di una “medicalizzazione della società” e dell’ “espropriazione della salute”, del proseguimento di ciò che Alfons Labisch nel tardo 18.secolo aveva descritto quale “utopia totalitaria della salute pubblica” e di una “condotta di vita scientificamente fondata”.    Penso che Illich oggi, sulla base dei numerosi provvedimenti per il Corona virus, vedrebbe molto confermate le sue ammonizioni e predizioni e questo riferito sia a popoli poveri che ricchi.  120 milioni di paghe giornaliere e lavoratori in mobilità sono stati defraudati delle loro basi esistenziali in India per motivi di “protezione da contagio” e, in condizioni disperate, sono dovuti ritornare a piedi per centinaia di chilometri ai loro paesi d’origine molto distanti, picchiati e umiliati dalla polizia, perché non si erano attenuti al divieto di uscire; altrove, abitanti delle baraccopoli, non hanno potuto abbandonare il loro miserevole quartiere sorvegliato dai militari.₁₆ Anche nelle case di riposo europee alle persone anziane è stato in parte impedito un libero accesso all’aperto. Si potrebbero addurre innumerevoli esempi ove il sistema della “protezione” s’è capovolto nel suo contrario e il danno provocato ha superato ampiamente nel caso singolo la minaccia del virus, non solo sul piano psicosociale, ma anche in ambito medico. Si parla poco o affatto delle possibilità di prevenzione e terapeutiche presenti in grado di rafforzare le forze di difesa degli individui, bensì esclusivamente di misure igieniche e di “distanziamento sociale”, schermatura e vaccinazione contro il Covid-19 e di conseguenza anche nei confronti di altre epidemie virali. Ivan Illich scrisse già nel 1977:

il livello della salute (…) è massimo là dove l’ambiente rende gli uomini capaci di far fronte alla vita in modo personale, autonomo, responsabile. Il livello della salute si abbassa solo là dove la sopravvivenza viene resa in modo eccessivo dipendente da una regolazione eteronoma (pilotata) degli equilibri organici. Oltre una quantità critica, l’assistenza istituzionale della salute- indifferentemente se in forma di terapia, prevenzione o pianificazione dell’ambiente, è dello stesso significato del rifiuto della salute.₁₇

Questa “quantità critica” è stata ampiamente superata nelle attuali misure per il Coronavirus. Che numero imperscrutabile di sofferenza psichica, fisica e sociale, di suicidi e gravi forme di violenza, fino alle persone isolate nei reparti di terapia intensiva e che sono morte sole, a cui, in certi Paesi è stato proibito qualsiasi accesso come pure un funerale dignitoso. La peculiarità dell’uomo, così si espresse Hans Georg Gadamer anni fa, consiste nel suo privilegio di seppellire i morti. “ In ciò l’uomo è unico tra gli esseri viventi, così come attraverso l’uso della parola, o forse ancor prima.”₁₈  “ Misure protettive” che impediscono tali esequie , fanno rimanere senza parole.

₁₅cfr. Rolf Heine: “Den Lebensraum des Mitmenchen entdecken. Uber die Pflege von Kranken und Gesunden in der Coronaepidemie”. In: Das Goetheanum, Nr.18, 1.5.2020

₁₆cfr. Ellen Ehmcke: “Indien: Der grosse Exodus”. In: Blätter für deutsche und internazionale Politik, 2020

₁₇Ivan Illich: Die Nemesis der Medizin. Von der Grenzen des Gesundheitswesens. Reinbeck bei Hamburg.

₁₈Hans-Georg Gadamer: über die Verborgenheit der Gesundheit. Frankfurt a.M. 1993

A molti uomini questo sistema di protezione nel frattempo stabilito in quasi tutto il mondo, completamente esente da “alternative”, in una forma mai sperimentata in precedenza, agisce in molti suoi tratti come un irrazionale e fatale esperimento sociale, anche quando non si riesce a difendersi dalle argomentazioni mediche apportate.  Fa comunque pensare come l’accettazione dello “Shutdown” nella popolazione sia stata possibile solo con la potenza concentrata di notizie e immagini, ad opera di un paesaggio mediatico operante in modo sincronizzato, che ha sospinto completamente da parte tutti gli altri temi , mostrando numeri su numeri, statistiche su statistiche, bare su bare. C’è stato invece poco spazio informativo sui patimenti prodotti da queste misure; l’opposizione contro i procedimenti del regime e la proposta di eventuali strategie alternative per affrontare la pandemia, non hanno avuto alcuna chance sui media, sono state fin dall’inizio commentate negativamente e hanno dovuto cercare altri canali. Se queste informazioni apparivano in Intenet, sparivano spesso in fretta e le librerie erano chiuse come tutti gli altri negozi “non necessari alla vita”. Quando mai si era prima sperimentato un resoconto così tendenzioso di notizie se non nei sistemi totalitari? La potenza delle immagini e dei numeri però agisce profondamente dentro la psiche umana, nella  comprensione di sé e della vita e nel comportamento sociale. Nella sua nona “lezione” Timothy Snyder scrive:

da più di mezzo secolo i classici romanzi sul totalitarismo hanno messo in guardia dal dominio dello schermo, dalla soppressione dei libri, dalla limitazione del patrimonio lessicale e dalle difficoltà del pensiero da ciò risultanti. Nel libro Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, pubblicato nel 1953, i vigili del fuoco rintracciano libri e li bruciano, mentre la maggior parte dei cittadini guarda in modo interattivo il teleschermo.  Nel libro di George Orwell 1984, pubblicato nel 1949, i libri vengono proibiti e il televisore non è solo un ricevitore, ma permette al governo di osservare per tutto il tempo i cittadini. In 1984 il linguaggio dei media visivi è limitato in modo estremo, così da sottrarre al pubblico i concetti di cui ha bisogno per riflettere sul presente, ricordarsi del passato e ragionare riguardo al futuro.₁₉