I

Negli ultimi mesi si è sperimentato quanto oggi, a partire dalla paura di morire a causa d’un contagio, sia del tutto semplice, in tutto il mondo, condurre masse enormi a concentrarsi esclusivamente sulla modalità più elementare del sopravvivere: su una modalità del vivere in cui le differenziazioni psichiche e spirituali vengono il più possibile oscurate in nome del conservare una vita identificata con la sua dimensione meramente biologica. La realizzazione di tale obiettivo, in nome di cui si ritiene sacrificabile o coercibile ogni dimensione psichica e spirituale del vivere, sia individuale sia comunitaria, corrisponde ad un’immagine ben precisa dell’io, ossia ad un’immagine atomistica: l’immagine di un punto che sempre più si ritrae e rattrappisce in se stesso, in modo da evitare il più possibile di contagiare o d’esser contagiato. L’esistenza di questo io-atomo diventa, sempre più esclusivamente, reazione negativa di fronte alla possibilità d’esser toccato e di toccare, costantemente percepita come rischio potenzialmente mortale. In conseguenza di ciò, da un lato l’esperienza percettiva dell’io viene concentrata sulla più elementare attività tattile, dall’altro il compito di quell’attività viene ridotto a fissare una distanza, un confine, possibilmente mai trascesi da un effettivo – fosse anche il più fulmineo – contatto. Contatto che alcune istanze vorrebbero – prima o poi del tutto? – delegare a dinamiche digitalmente controllate, in modo da tracciarne permanentemente le possibili soglie di incertezza e rischio.

In discorsi e retoriche quanto mai diffusi, le pratiche distanzianti imposte mediante il recente stato d’emergenza vengono legate ad una riscoperta o ad un approfondimento del senso di comunità. Legame quanto mai curioso, se si considera senza pregiudizi l’immagine dell’io appena caratterizzata. È, infatti, assurdo il voler legare un io-atomo rappreso in se stesso, e perciò irrimediabilmente separato dagli altri io, ad orizzonti di luce per il senso di comunità. A meno d’auspicare che la futura forma ideale di comunità consista in un aggregato più o meno casuale di entità digitalmente tracciabili e controllabili, la cui vita sia non solo despiritualizzata, ma anche depsichicizzata: comunità postumane, dove la vita sia sempre meno differenziabile da quella batterica, virale e – perché no? – vegetale. Se, invece, non si auspica un tale futuro, sarà consigliabile percepire come sempre più urgente il compito di generare e coltivare una cultura dell’io fondata su un’immagine dell’io alternativa rispetto a quella atomistica: su quell’immagine nutrita di calore e luce spirituali che ha sostenuto tutte le comunità capaci di manifestare e coltivare la dignità dell’essere umano. Immagine che in passato era un presupposto pressoché istintivo – per cui non veniva tematizzata –, mediato da autorità a cui la singola persona delegava il configurarsi del proprio destino. Nel nostro presente, però, questa immagine può generarsi e manifestarsi solo a partire da una libera, e dunque cosciente, volontà e decisione: non può più essere trasmessa da un’autorità accolta passivamente.

Ognuna/o di noi ha in sé la possibilità di decidersi liberamente per un’immagine non atomistica dell’io. Infatti, essa è presente e accessibile in ogni nostro atto percettivo, anche nel più quotidiano: basta volerla sentire, pensare e manifestare. E proprio l’invito a volerla sentire, pensare e manifestare è uno degli impulsi più radicali presenti nell’opera di Rudolf Steiner, in particolare nei percorsi che essa apre riguardo allo studio del nostro organismo percettivo ed all’esperienza dell’incontro fra esseri umani. Ecco perché scoprire e valorizzare quei percorsi può essere determinante in un presente come il nostro, che sempre più sembra voler rinunciare ad un’immagine autenticamente umana dell’io, per delegare il destino dell’umano ad istanze che possono solo annientarne la dignità. Introducendo brevemente ad alcuni motivi chiave di quei percorsi questo contributo aspira a farsi appello alla veglia di fronte a tale rinuncia: appello a vegliare operativamente sulla dignità dell’essere umano, prima che sia troppo tardi per evitare il realizzarsi di scenari che dell’umano sono solo grottesca e devastante caricatura.   

II

“Nello sperimentarsi dell’io può essere riconosciuto che l’essere umano configura a partire da se stesso un organismo che può rendere presente in sé l’immagine di un io estraneo uguale all’io che sperimenta se stesso. Ciò che si configura come un tale organismo può essere considerato il tipo di un organo di percezione” (traduzione di S. Lavecchia)[1].

Questa formulazione di Rudolf Steiner rovescia la prospettiva in cui correntemente viene studiata l’esperienza percettiva. In quella prospettiva, infatti, l’esperienza elementare del tatto viene assunta come parametro a partire da cui si approfondisce qualsiasi altra esperienza percettiva; l’io percipiente viene immaginato, dunque, come un atomo, come un punto racchiuso in se stesso, separato dal mondo, che reagisce agli stimoli generati da ciò o da chi incontra: in quella prospettiva sono prioritari gli stimoli, non lo sperimentarsi dell’io percipiente, e l’autenticità della realtà percepita non è presente nell’io. Nell’orizzonte di Steiner punto di partenza è, al contrario, lo sperimentarsi dell’io, a partire dal quale l’organismo dei sensi viene scoperto come organismo che può generare un’autentica presenza della realtà percepita nell’io percipiente. Riprendendo un concetto goethiano: qui fenomeno originario (Urphänomen) dell’esperienza percettiva non è la dinamica tattile, ma quella manifesta quando nell’incontro fra io l’io percipiente rende presente in sé una veridica immagine dell’io percepito. Ecco perché nelle trattazioni dell’organismo sensorio offerte da Steiner il culmine è rappresentato dal senso dell’io, non riferito all’autopercepirsi dell’io, ma alla percezione dell’io altrui mediante l’incontro in cui l’io percipiente genera, appunto, un’immagine dell’altro io[2]. In questo generativoincontro fra io, dunque nel senso dell’io, si manifesta, secondo Steiner, appunto il tipo di un organo percettivo: la forma universale che abbraccia in sé tutte le possibili forme particolari dell’essere organo percettivo, e perciò dell’esperienza percettiva; forma che, pur manifestandosi in ogni forma particolare di organo percettivo, mai coinciderà con una di esse, ossia mai verrà esaurita da una di esse, mentre ognuna delle forme particolari manifesta, in misura differente, quella forma universale[3]

Nell’orizzonte presupposto da Steiner ogni esperienza percettiva è approssimazione ad un ideale che si realizza solo nel momento in cui due o più io si incontrano e si rendono reciprocamente presente la propria immagine. Qui la pienezza del percepire è, insomma, un evento intrinsecamente dialogico, fondamento e fonte di comunità fra io. Ne consegue, in questa prospettiva, una vera e propria rivoluzione dei sensi[4]: nell’orizzonte dell’antroposofia la vita dell’organismo dei sensi non va studiata come un banale complessificarsi del tatto; al contrario, l’esperienza del tatto risulta essere solo l’immagine più elementare e depotenziata di ciò che si realizza nell’incontro fra io, alla cui pienezza si approssima l’attività di ogni senso e organo sensorio. Perciò l’organismo dei sensi non potrà mai essere compreso fuori dallo sperimentarsi dell’io e dall’incontro fra io! Perciò l’io di cui qui si parla non potrà essere consonante con l’immagine, eminentemente antidialogica, d’un atomo, d’un punto rappreso in se stesso – cosa che avviene, invece, come già accennato, in un’indagine sui sensi che abbia quale parametro di riferimento il tatto e la dinamica stimolo/reazione.

III

L’orizzonte aperto da Rudolf Steiner riguardo allo studio dei sensi presuppone un’immagine dell’io radicalmente alternativa rispetto a quella atomistica. Nel freddo ed oscuro io-atomo l’interiorità dell’io è contrapposta all’esteriorità del mondo e degli altri io, e ne resta irimediabilmente separata; l’io che rende presente in sé l’immagine di un altro io è, invece, un punto, un centro di calore e luce spirituale integrato in una sfera infinita di calore e luce spirituale, e libero dalla contrapposizione fra interiore ed esteriore.

L’immagine di una sfera di calore e luce spirituale corrisponde ad un incontro fra io in cui l’io percepito è presente in fedele immagine nell’altro io, senza esserne assorbito e senza asssorbire o condizionare l’io percipiente[5]. In quella sfera infinita, che trascende spazio e tempo, ogni punto è, infatti, centro, ossia ogni punto nel manifestare se stesso può manifestare ogni altro punto e la totalità della sfera, in una vivente unità. Unità che non possiamo rappresentarci come statica – altrimenti la pluralità verrebbe assorbita e annichilita da un centro –, ma è solo immaginabile come dinamismo di infinita concentrazione ed espansione in ogni punto e nella totalità della sfera: dinamismo di un ritmo, di un’armonia, di un respiro illocalizzabili nello spazio e nel tempo, in cui ogni componente della sfera non è separata dalle altre e dalla totalità, eppure preserva e manifesta liberamente la propria irripetibile individualità. Qui l’io è, allora, un cuore di calore e luce, dove espansione/esteriorizzazione e concentrazione/interiorizzazione infinite sono integrate in un’organica totalità formata da altri cuori di calore e luce – la totalità dei punti/centri della sfera spirituale, ovvero degli io –, dove ogni cuore può compenetrarsi di ogni altro cuore, comprendendolo in sé,eppure rimanendo pienamente e liberamente individuale.

IV

L’evento/istante dell’autentico comprendersi fra due o più io, fra due o più persone – evento che mai potrà essere localizzato e tracciato nel tempo e nello spazio –, non avrebbe luogo se gli io non potessero percepirsi reciprocamente oltre ogni propria manifestazione in gesti, parole, immagini/rappresentazioni, pensieri: se – per riprendere la formulazione di Steiner – non fossero capaci di render presente in sé un’immagine di altri io. Ed appunto questa capacità testimonia che l’attività dell’io trova una rappresentazione armonica nella dinamica, plurale e organica unità della sfera di calore e luce spirituale.

Nell’istante in cui io ed un’altra persona, un altro io, ci comprendiamo, entrambi gli io siamo, nel medesimo istante, piena unità e piena differenza: siamo il medesimo centro, eppure restiamo due centri di calore e luce spirituali che dall’infinito si incontrano e compenetrano, reciprocamente donandosi una propria immagine ed accogliendo l’immagine dell’altro. Dove immagine qui non significa velo ed oscuramento, ma garanzia d’una trasparenza che lascia libero sia l’io percipiente sia l’io percepito. Il comprendersi fra io è, perciò, una relazione che genera e manifesta una dinamica unità plurale: unità nella differenza, nella molteplicità. Ma ogni atto percettivo, anche il più elementare, che io realizzo in quanto io, non è un approssimarsi, per ogni atto in misura diversa, a questa relazione[6]? Non tende ogni mio atto percettivo ad una reciproca trasparenza di soggetto ed oggetto, che nella percezione e comprensione reciproca fra io può essere pienamente realizzata?

Nell’istante in cui percepisco anche i più elementari oggetti quotidiani, il comprendere ciò che la loro percezione mi dona implica, nel mio io, incondizionata apertura verso il loro incontrarmi: per comprenderli devo, attivamente e coscientemente, essere centro/sfera di luce spirituale, affinché essi possano manifestarmi il proprio essere, ed io, appunto, comprenderlo. In altre parole, ogni percezione che conduce ad un comprendere supera, come il comprendersi fra io, la separazione fra interiorità dell’io ed esteriorità della realtà percepita. Se nell’atto percettivo interiore ed esteriore fossero davvero –  come presupposto nell’immagine atomistica dell’io – separati, ovvero se l’io percipiente non fosse capace di superare quella separazione, nessun pensiero che comprende potrebbe attivarsi mediante la percezione, e tanto il percepire quanto il pensare non avrebbero alcun autentico rapporto col mondo e con gli altri: l’incontro col mondo e con gli altri resterebbe incomprensibile, il percepire cieco di fronte alla verità del mondo e degli altri, il pensiero incapace di dialogo – come può generarsi dialogo senza rapporto col vero? –, e l’essere umano incapace di generare autentica comunità. Ma proprio a queste conseguenze conduce l’immagine dell’io come atomo, come punto rappreso in se stesso, la cui interiorità è non solo altra, ma anche irrimediabilmente separata rispetto al mondo. Questa immagine nega al percepire e al pensare ciò che essi sono se sostenuti dall’attività dell’io: nega il loro essere elementari atti d’amore[7], mediante i quali ogni incontro col mondo, anche il più quotidiano ed apparentemente banale, grazie al percepire dell’io si fa alchimia di calore e di luce capace di ri-generare il mondo come armonia d’una vita autenticamente rinnovantesi[8], vale a dire come dimora di comunità che coltivano la dignità dell’essere umano e d’ogni altro vivente.

V

Concentrandosi su un’immagine atomistica dell’io, ed implementandola in ogni dimensione della vita, la modalità gestionale globalmente più diffusa nel recente stato d’emergenza ha negato al percepire e al pensare ogni rapporto con l’essere atto d’amore: atto di veridico dialogo e, dunque, atto generativo di autentica comunità. L’artificioso, sovreccitato proiettarsi di quella modalità gestionale in progetti di trasformazione totale della società mediante dinamiche di controllo digitalizzato rende evidente una sola cosa: il suo presupporre non una sfera di calore e luce spirituali come immagine delle relazioni fra io, ma una sua distopica caricatura, come quella messa in scena da Dave Eggers in The Circle[9]; il suo presupporre, insomma, quale proprio fondamento e nutrimento, una dinamica radicalmente antidialogica ed anticomunitaria, ossia antiumana.

La fulminea e fulminante valanga di danni che oggi può generare un’immagine dell’io caricaturale ed illogica – ossia negante l’evidenza ed il lógos dei più elementari fenomeni percettivi –, come è quella atomistica, è ormai manifesta, dopo i trascorsi mesi di emergenza, davanti a chiunque non voglia essere cieco o pensare solo a brevissimo termine. Proprio il rapporto intimo ed evidente fra quella immagine distorcente e tali danni rivela che nel nostro presente la vita delle comunità non potrà essere orientata positivamente senza un’immagine veridica dell’io. Sostituire il più velocemente possibile l’immagine atomistica dell’io con un’immagine dell’io consonante rispetto al suo essere centro di attività spirituale,  irriducibile a stimoli corporei e pulsioni psichiche: sembrerà strano, ma questa appare la più grave urgenza di fronte agli scenari sperimentati negli ultimi mesi.

Oggi il senso di comunità non può essere salvato mediante astratte e collettivistiche retoriche del noi. Potrà salvarlo, e con esso la possibilità di generare positive dinamiche sociali, solo la scoperta che ogni io è, nella sua più piena autenticità – al di là delle prospettive di prima, seconda, terza persona, al di là dell’essere soggetto e oggetto –, in ogni sua percezione, un cuore di calore e luce spirituali: un io dialogico, e perciò una realtà naturalmente orientata ad essere comunitaria.

La società medicalizzata sperimentata negli ultimi mesi ha, auspicabilmente, insegnato che una comunità degna dell’essere umano non può ridurre l’umano al concentrarsi sulla vita biopsichica. Quella riduzione significa, infatti, prima o poi ridurre l’umano ad un’ossessiva paura della morte, ossia ad un soggetto – nel senso di una prona sudditanza – disposto a rinunciare ad ogni libertà, diritto, iniziativa, ad ogni culto e cultura, ad ogni generatività politica e giuridica, ad ogni imprenditorialità, pur di conservare una vita ridotta a logiche zootecniche e dinamiche virali: significa ridurlo ad un soggetto che, dimentico d’ogni essere spirituale, inabissato nella propria corporeità e psichicità, non è altro se non un solipsistico punto rattrappito nelle proprie paure, e perciò aperto al farsi permanentemente controllare e tracciare, purdi rinviare il più possibile il proprio esser inghiottito nel nulla. Su un tale soggetto-suddito si è concentrata la politica che ha dichiarato lo stato d’emergenza, stimolandolo ad eruttare il suo orrore verso la morte dell’anima, tanto più ossessivo quanto più è ostinato il suo ridurre l’anima a fattori neurofisiologici e socioculturali. Risultato: una società, appunto, medicalizzata, mai così vicina alla piena uguaglianza dei suoi membri … peccato si tratti di un’uguaglianza che approssima l’umano all’essere virale, invece di esaltarne la dignità. Dignità che, come aveva insegnato Giovanni Pico della Mirandola, consiste nel potersi fare libero artefice riguardo all’orientamento del proprio destino (De Hominis Dignitate §§ 18-30[10]). Dignità che, dunque, non potrà essere salvata e coltivata senza una cultura dell’io percepito come centro di calore e luce spirituale, unica cultura capace di donare alle comunità un’armonica articolazione: dove ogni io si sperimenta nella libertà dell’essere centro d’una sfera spirituale, nell’uguaglianza con tutti gli altri io integrati in quella sfera, nella fraternità mediante cui il generativo volere d’ogni io può donare possibilità di manifestazione agli altri io che nutrono quella sfera.

La società medicalizzata sperimentata negli ultimi mesi ha mostrato come l’armonico articolarsi della comunità non possa essere generato da autorità estranee all’attività dell’io. Ha mostrato, in altre parole, come quella che Steiner denominava “questione sociale” (soziale Frage) sia prima di tutto – come Steiner stesso aveva costantemente ripetuto – un problema spirituale, che dunque può trovare soluzioni efficaci solo nel calore e nella luce della libertà che ogni essere umano può sperimentare. Oggi, però, non ci può essere libertà senza libera decisione per un’immagine dell’io che – a differenza di quella atomistica – sia consonante, appunto, con la libertà, e con la libertà autentica, che è intrinsecamente dialogica e comunitaria, come lo è l’io. Nessuna autorità, né religiosa né scientifica né politica, nessun programma, modello, nessuna teoria o anticipazione, per quanto complessi, potranno surrogare il decidersi per questa immagine. Il crederlo significa non uscire – nonostante le illusioni – dai limiti di un’immagine atomistica dell’io, che riduce l’io all’essere ricettore di stimoli e produttore di reazioni in fondo riconducibili a logiche computazionali. Quanto concreti siano i pericoli d’una tale riduzione lo mostra ciò che abbiamo sperimentato e sperimentiamo a partire dalla recente emergenza. Proprio questi pericoli mostrano l’urgenza di un libero volere che decida per una nuova cultura dell’io. Libero volere significa però: io voglio e decido, senza deleghe e, soprattutto, prima che sia troppo tardi.

Salvatore Lavecchia

Professore di Storia della Filosofia Antica e docente nel Master “Meditazione e Neuroscienze” presso l’Università di Udine, e cofondatore/cooperatore del Philosophicum di Basilea. Nella sua attività sono oggetto di particolare attenzione il dialogo socratico, anche nei suoi rapporti con le varie forme di consulenza, e le possibilità di sviluppare una nuova filosofia dell’io, capace di integrarsi nelle pratiche spirituali sia orientali sia occidentali. Il suo libro più recente è Un io dialogico. Antroposofia dei sensi (2020).


[1] R. Steiner, Anthroposophie. Ein Fragment, Gesamtausgabe 45, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 2001, p. 186, assente nella traduzione italiana (R. Steiner, Antroposofia (un frammento), Opera Omnia 45, Editrice Antroposofica, Milano 1998).

[2] Introduzioni in italiano riguardo all’organismo dei sensi nell’orizzonte dell’antroposofia si trovano in A. Soesman, I dodici sensi. Porte dell’anima, Natura e Cultura, Alassio 2012 (trad. ital. di Die zwölf Sinne. Tore der Seele, Verlag Freies Geistesleben, Stuttgart 1995); M. Carosi, Iniziazione ai sensi sottili. I dodici sensi dell’uomo secondo le dottrine di Rudolf Steiner, Edizioni Mediterranee, Roma 2001; S. Lavecchia, Un io dialogico. Antroposofia dei sensi, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2020.

[3] Cfr. la caratterizzazione che – in continuità con Goethe – Steiner fornisce riguardo al tipo in R. Steiner, Grundlinien einer Erkenntnistheorie der goetheschen Weltanschauung, mit besonderer Rücksicht auf Schiller (1886), Gesamtausgabe 2, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 2002 (trad. ital. Linee fondamentali di una gnoseologia della concezione goethiana del mondo, con particolare riferimento a Schiller, Opera Omnia 2, Editrice Antroposofica, Milano 2014), cap. C.16.

[4] Cfr. S. Lavecchia, Antroposofia come rivoluzione dei sensi, Antroposofia LXXV-1, Gennaio-Febbraio 2020, pp. 52 segg. 

[5] Ho approfondito questa immagine in S. Lavecchia, Trasparenza o illusione dell’autocoscienza? Metafisica della luce e neurofilosofia, in F. Fabbro (a cura di), Neuroscienze e spiritualità. Mente e coscienza nelle tradizioni religiose, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma 2014, pp. 74-91; Generare la luce del bene. Incontrare veramente Platone, Moretti&Vitali, Bergamo 2015, Cap. III.2.c.2. e IV.4-5.

[6] In Un io dialogico cit. alla n. 2 ho percorso in questo orizzonte la dinamica dell’organismo di dodici sensi presupposto da Steiner, evidenziando come ogni senso cooperi a rendere quell’organismo, appunto, organismo dell’io.

[7] Il pensare come atto d’amore è al centro dell’opera di Massimo Scaligero. Basti qui menzionare Dell’amore immortale, Tilopa, Roma 1963.

[8] Per questi orizzonti legati al percepire sia sufficiente rinviare a R. Steiner, Eine okkulte Physiologie, Gesamtausgabe 128, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 1991 (trad. ital. Una fisiologia occulta, Opera Omnia 128, Editrice Antroposofica, Milano 2013), ottava conferenza (28.3.1911); Die Sendung Michaels, Gesamtausgabe 194, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 2013 (trad. ital. La missione di Michele, Opera Omnia 194, Editrice Antroposofica, Milano 2009), sesta conferenza (30.11.1919).

[9] D. Eggers, The Circle, Mc Sweeney’s/Knopf, San Francisco 2013 (trad. ital. Il cerchio, Mondadori, Milano 2014).

[10] Per un recente commento cfr. Giovanni Pico della Mirandola, Oration on the Dignity of Man. A New Translation and Commentary, a cura di F. Borghesi, M. Papio, M. Riva (Hrsgg.), Cambridge 2012.